Storia e Folklore Calabrese

di Domenico Caruso


La nostra Piana

Laureana di Borrello

"Laureana è sita dirimpetto al mar Tirreno sopra un ameno poggio facente parte della catena degli Appennini che, a guisa di ampia curva, circondano, tranne che da ponente, il fertile ed esteso bacino della Piana". (G. B. Marzano).
Un po' di storia
Le vicende della città.
"Le origini di Laureana", afferma Padre Fedele Fonte, "scaturiscono dalla piena grecizzazione bizantina della Calabria Meridionale, cominciata nel 600 sotto l'influsso del monachesimo basiliano".
Dal villaggio abitato dagli asceti lungo il ruscello Jeropotamo, detto "Laura" (dal greco: convento o monastero) e costituito da capanne raggruppate attorno ad una chiesetta, pare sia scaturito il termine "Laureana" (zona dove "abbondano le laure", oppure "sopra le laure").
Nei primi secoli presso i monasteri si mescolarono nuclei familiari di varie etnie per proteggersi dalle invasioni straniere, in particolare dai Saraceni. Anche se con i Normanni - intorno all'XI sec. - s'introdusse il rito latino e la Diocesi a cui era sottoposta veniva trasferita da Nicotera a Mileto (1093), Laureana rimase fedele al rito greco fin quando con il feudalesimo e la disfatta dell'Impero Bizantino entrò a far parte della "Contea di Borrello" divenendo il suo casale più importante e seguendone le sorti. Fu governata - quindi - da diversi "valvassores", popoli o famiglie (Altavilla, Gualtiero Appardo, Svevi, Sanfelice, Ruggero de Lauria, Ruffo, Sanseverino, Ugo d'Alagno, d'Aragona), per finire ai Pignatelli che l'ebbero in possesso sino all'eversione feudale (2 agosto 1806). Subito dopo, col nuovo ordinamento amministrativo della regione, Laureana fece parte del distretto di Monteleone. Tre immani disastri, i sismi del 1638 - del 1659 e del 1783, annientarono Borrello costringendo i superstiti a trasferirsi nel primo sito di Laureana che si accrebbe notevolmente fino a divenire il centro del complesso feudale derivato dalla Contea; elevato a Comune nel 1799 nel Cantone di Tropea. Quindi, per legge 19 gennaio 1807, i francesi ponevano la città a capo di un Governo, comprendente i Luoghi (ossia Università) di Anoia, Badia, Bellantone, Borrello, Candidoni, Caridà, Feroleto della Chiesa, Galatro, Garropoli, Maropati, Plaesano, S. Pietro, Serrata, Stelletanone e Tritanti. Il 1° maggio 1816, con la riorganizzazione dei Borboni, nel distretto di Palmi della Calabria Ulteriore I figura il comune di Laureana di Borrello. Con regio decreto 26 marzo 1863 di Vittorio Emanuele II a Laureana si aggiunse la denominazione di "Borello" che, in data 7 aprile 1930, il governo di Roma rettificava in "Borrello".
La bella Lucrezia d'Alagno.
Nel 1453 il re Alfonso V d'Aragona - il Magnanimo, invaghitosi qualche anno prima della bella Lucrezia - nobile giovane di Torre del Greco, sottrasse la contea di Borrello a Carlo Ruffo per darla al fratello della sua favorita Ugo d'Alagno. Si rivelò - quindi - munifico nei confronti dell'amata per i piaceri che gli concedeva regalandole ricchezze, gioielli, territori e - prima di morire - l'isola d'Ischia. Approfittando di tale debolezza, la d'Alagno tentò di divenire sua legittima sposa, chiedendo nel 1457 personalmente al Pontefice Callisto III il divorzio del re - separato da decenni - dalla sterile Maria di Castiglia residente in Ispagna. Lucrezia, partita con un corteo di dame e gentiluomini comprendente cinquecento cavalli, fu ricevuta con grandi onori ma dell'annullamento del matrimonio il Papa non ne volle sapere. Allora Alfonso, il 27 ottobre successivo, lasciò Capua e s'incamminò verso Roma per incontrarla e confortarla. Fu tale l'amarezza provata per il diniego del divorzio che il 27 giugno 1458 finì i suoi giorni nel Castel dell'Ovo. Così pure la pace nel regno ebbe termine e Lucrezia, dopo tante dolorose fughe e peripezie a lei procurate dai nemici invidiosi, si diede da fare per tornare a Napoli dove si spense ancora giovane e bella ma quasi dimenticata il 23 settembre 1479.
Fu quindi sepolta nella chiesa romana di Santa Maria sopra Minerva, tramandando ai posteri con una lapide la memoria della sua illibatezza.
Leggende e curiosità
L'antica Borrello.
Da Borrello, i cui ruderi si trovano principalmente sulla collina che emerge in un'ansa del fiume Mesima, derivano campane ed opere d'arte sistemate nelle chiese di Laureana. Anche lo stemma cittadino, rappresentato da un elefante in cammino, ha la stessa provenienza.
Il pozzo di Celestina.
Si racconta che i nobili di Borrello abbiano nascosto dentro un pozzo, ancora esistente, il loro tesoro per salvarlo dalle incursioni nemiche.
Una strega, divoratrice di persone, lo proteggerebbe. Per venirne in possesso bisognerebbe buttare nel pozzo un cane tutto nero senza un pelo bianco, o un cane tutto bianco senza un pelo nero, oppure un bambino non ancora in grado di parlare. Finora nessuno ha tentato la prova per cui il tesoro si trova ancora lì!
S. Gregorio, Patrono
Il Taumaturgo - Patrono della città - viene ricordato il 17 novembre se di domenica, altrimenti la domenica successiva. Una volta, come riferisce G. B. Marzano nei suoi «Scritti», per pagare il fitto di casa e i debiti la povera gente soleva allevare un maiale che poi vendeva alla fiera che si svolgeva al tempo stesso dei festeggiamenti. Nacque così il detto:
Quandu l'àrburu è hjurutu ‘u vedhanu è surdu e mutu;
quandu veni San Gregori, 'u vedhanu è tuttu cori!.

Principali feste civili e religiose
5 febbraio: Con una Messa e la processione si ricorda il miracolo della Madonna del Carmine che salvò i cittadini dal memorabile terremoto del 1783.
17 maggio (soltanto Messa) e domenica successiva (festeggiamenti civili e religiosi): A Bellàntone, in onore di San Pasquale Baylon.
16 luglio: Riti civili e religiosi per la Madonna del Carmine, Protettrice.
26 luglio (Messa e processione) e domenica successiva (riti religiosi e civili): Nella frazione S. Anna, per l'omonima Santa.
16 agosto (Santa Messa), penultimo fine settimana (manifestazioni civili), ultimo giovedì del mese (incanto della Statua), venerdì e domenica anche processione: A Stelletanone, in onore di S. Rocco.
17 novembre (v. sopra): festeggiamenti civili e religiosi, con relativa fiera, di S. Gregorio.
Durante la Settimana Santa si svolgono suggestive cerimonie, come la "Via Crucis" (rappresentazione in costume della Passione) e l' "Affruntata".
Detti e proverbi
"Cu' fila e cu' no' fila panni vesti!". (Veste sia la gente che lavora sia quella che sta in ozio: anzi, spesso quest' ultima si presenta più abbigliata dell'altra).
"A tilaru ‘vviatu tessi ‘a crapa". (E' facile proseguire un'opera intrapresa da altri: anche una capra, ossia un ignorante, sa tessere col telaio avviato).
"'Nda chièsia mangi? Dammi ‘nu morzu!". (Si dice di chi, dopo essersi scandalizzato delle azioni altrui, ne diviene complice: «Mangi in Chiesa?». «Dàmmene una porzione!».
"Non ti ‘ntricari, non ti ‘mpacciari, non fari beni ca ricivi mali!". (Non t'ingerire negli affari altrui e guardati dal far bene perché ti pentiresti!).
"Ama a cu' t'ama e rispundi a cu' ti chiama!". (Ricambia l'amore e rispondi a chi ti chiama).
"'U parlari è arti lèggia". (Il parlare non costa fatica).
(Raccolti personalmente dalla viva voce di nonna Vincenza Femìa di Laureana di B. e da noi pubblicati nella "Rassegna Calabrese" di Corigliano Calabro del 1964 e 1965).
Canti popolari
Stidha chi luci ‘ntornu di ‘ssa luna,
tu a mmenzu l'autri la cchiù bedha pari,
tu fai cangiari lu mari ‘n fortuna
(in tempesta),
galera
(galèa), chi si' scorta d'ogni navi;
lampa chi duni lustru a st'arma scura,
acqua chi astuti
(spegni) ‘stu focu ‘mpernali.
Ti pregu, bedha, non essari dura,
l'omu chi t'ama no' llu disamari.

Ed ancora:
Jeu partu e mancu addiu ti pozzu diri,
cu' sa se ‘ndi potimu cchiù parrari.
Li chianti, li singhiuzzi e li suspiri
di mia no' si potrannu mai scordari!
Se ti veni la nova ca morivi,
fammilli pe' pietà li funerali;
suba la fossa ‘sti paroli scrivi:
- Chistu èni mortu pe' lu tantu amari! -
E' ditta la canzuni e non è notti:
jeu tornu, tornerò si no' ‘nc'è morti.

(Dai "Canti popolari" di G. B. Marzano pubblicati sulla rivista "La Calabria" del 15 aprile e del 15 maggio 1893).
Poeti e scrittori
Fra i personaggi illustri ricordiamo: 1) Sac. Giuseppe Blasi (1881-1954), autore di liriche e canti sia in lingua che dialettali, nonché della versione calabrese de "La Divina Commedia"; 2) Scrittore Giovan Battista Marzano (1842-1902), autore di tre volumi di "Scritti", del "Dizionario Etimologico del Dialetto Calabrese" e di altre monografie; 3) Saggista e storico Giuseppe Marzano (1871-1963), esperto anche di archeologia; 4) Scrittore Francesco Zulli (1854-1927), autore di un "Dizionario Calabrese" in 18 volumi manoscritti, rimasto inedito; 5) Poeta Francesco Antonio Badolati (1751-1826); 6) Professore e clinico Rocco Jemma (1866-1949), coprì alte cariche universitarie e si distinse nel campo della pediatria; 7) Avv. Giuseppe Chindamo (1841-1916), deputato, esponente politico dell'ala progressista che affrontò l'annoso problema della questione agricola e la situazione economica della Calabria; 8) Beato Randisio (XV sec. circa), francescano, visse con purità di mente e di costumi; 9) Padre Fedele Fonte (1920-1983), francescano, poeta e scrittore, autore - fra l'altro - della monografia su "Laureana di Borrello".
Il dialetto (Dal "Dizionario Etimologico del Dialetto Calabrese" di G. B. Marzano - Tip. "Il Progresso" - Laureana di B., 1928) - riportiamo i vocaboli:
Abbàttari (dal lat.) fiammifero
anìmulu (dal gr. e lat.) arcolaio
bìfaru (dal lat.) che produce due volte (dicesi del fico)
canìgghia (dal lat.) crusca
catrìca (dal gr.) trappola per lo più di uccelli
darrùpu (dal lat.) dirupo, precipizio
faddàli (dall'arabo) grembiule
gèbbia (dall'ar.) vasca, cisterna, pozzo
hasmu (dal gr.) sbadiglio
jìri (dal lat.) andare
làmia (dal gr.) volta (rifer. spec. ad una stanza)
magghiòlu (dal lat.) talea, tralcio, ramoscello
manìcula (dal lat.) cazzuola
parìgghia (dal lat.) paio, coppia
ràsula (dal lat.) spiazzo, striscia di terreno divisa da qualche solco
schièttu (dal gr.) celibe, persona non sposata
stagghiari (dal gr.) cessare, terminare, arrestare un liquido
suppressata (dallo spagnolo) salame
tìmpa (dal gr.) balza, precipizio, burrone
zzipàngulu (dal gr.) cocomero, anguria.
E per finire
Ci piace riportare quanto Padre Fedele Fonte scrive nella prefazione della sua monografia "Laureana di Borrello": "E poiché sappiamo con Cicerone che «Historia est testis temporum et lux veritatis»... mi son prefisso di seguire scrupolosamente la luce di questa verità, trovata nella testimonianza certa dei tempi passati... Pertanto, volgendo lo sguardo indietro, non possiamo giudicare gli avvenimenti ed i personaggi con la nostra misura di critici esigenti; ma dopo aver riassorbito la mentalità di quei tempi lontani, dopo esserci rivestiti di quelle usanze e leggi antiche, dobbiamo saper respirare tutta l'atmosfera di quella gente, che veniamo a conoscere, con la generosa comprensione di anime sensibili".

Bibliografia essenziale:
1) F. Fonte, "Laureana di Borrello", Frama Sud - Chiaravalle-CZ, 1983;
2) D. Caruso, "Storia e folklore calabrese", Centro Studi "S. Martino" - S. Martino-RC, 1988.
(L'argomento è stato da me trattato nelle rivista "La Piana" - Anno IV n. 2 Febbraio 2005).

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