Storia e Folklore Calabrese
di Domenico Caruso



Indice

Storia della Calabria

Poesia dialettale

S.Martino: un paese e un Santo

Fatti straordinari in Calabria

Ricordi di scuola

L'autore

Lettere e contributi

La nostra Piana

Da libri, giornali e riviste

Folklore calabrese

La donna calabrese: ieri e oggi

Jettatura e malocchio in Calabria

Quarant'anni di tradizioni popolari

La licantropýa

S. Elia e il diavolo

Dizionarietto dialettale della Piana di Gioia Tauro

Canti popolari calabresi

Dalla Quaresima alla Pasqua nella Piana di Gioia Tauro

Calabresella mia

Pietro e il Divino Maestro

"Sorella Morte, non mi fai paura!"

Aneddoti e arguzia popolare

Indovinelli calabresi

San Giuseppe, ieri e oggi

Detti pisani e calabresi a confronto

Li belli festi e li belli Natali

'U riv˛ggiu da Passioni

Li molti vuci

'A mugghjeri

I "Giganti" di S. Martino

Folklore calabrese

La donna calabrese: ieri e oggi

Per i nostri antenati la donna era considerata in condizioni di passiva subalternitÓ nei confronti dell'uomo. La Storia Sacra, addirittura, riporta fin dal suo inizio un episodio non proprio edificante. Verso il 1850 a.C. il Signore disse ad Abramo: "Parti dalla tua terra e vieni nel paese che ti mostrer˛. Poi far˛ di te una grande nazione, ti benedir˛ e far˛ grande il tuo nome". A tale invito il semita lasci˛ la Mesopotamia per trasferirsi in Canaan. Era con lui, unitamente agli altri, la moglie. E stando per entrare in Egitto, Abramo disse a Sara: "So che tu sei una bella donna e che gli Egiziani, appena ti avranno veduto, diranno: - E' sua moglie - e uccideranno me, e lasceranno a te la vita. Di' dunque che sei mia sorella" (Gen.,XII).
Convinse allora la consorte di concedersi al Faraone. In cambio riceverÓ greggi, armenti, asini, schiavi e cammelli. L'avvenenza femminile, come appare, viene messa a frutto fin dalla Bibbia. Anche nella tradizione popolare calabrese c'imbattiamo spesso in facezie, metafore eufemistiche e domande maliziose:
"Piscinara, chi ti dassÓu Patri Gustinu?" (Pescivendola, che cosa t'ha lasciato Padre Agostino?), chiede con ironia l'audace giovane, e la donna di rimando: "Chidu chi 'nci dassÓu l'arcipreviti a to' soru!" (Ci˛ che l'arciprete ha lasciato a tua sorella!).
La forza erotica della donna, Ŕ risaputo, non trova paragone con l'uomo:
"Tira cchi¨ 'nu pilu di fýmmana a la 'nchianata, ca 'nu paricchiu di voi a la calata" (Trascina pi¨ un pelo di femmina in salita che un paio di buoi in discesa).
Ma non Ŕ questo l'intento del nostro discorso!
Un fantoccio qualsiasi Ŕ da preferirsi ad una donna, sostiene un aforisma di San Martino di Taurianova (Reggio Calabria): "Mu jesti omu e puru mu jŔ di pÓgghia". La donna, infatti, ha capelli lunghi e cervello corto: "'A fýmmana 'ndavi i capidi longhi e 'a menti curta". E' ben misera la casa in cui manca un uomo, buono o tristo che sia: "Bonu tizzuni e malu tizzuni, amara chida casa chi no' ndi chiudi!".
Un marito dappoco era superiore a qualsiasi amante imperatore: "MŔgghiu maritu nipiteda e no' garzu 'mperaturi".
La nascita di una bambina costituiva motivo di preoccupazione per numerosi genitori, in quanto occorreva predisporre il corredo nuziale: "'A fýgghia 'nda fÓscia e 'a doti 'nda cÓscia". (La figlia in fasce e la dote nel baule).
Venivano privilegiati i maschietti che - oltretutto - garantivano la continuitÓ del casato: "Aundi 'nc'Ŕ omu 'nc'Ŕ nomu". (Dove c'Ŕ uomo c'Ŕ nome).
La virilitÓ era una prerogativa indispensabile per gli uomini: "Diu mu ti lýbara di l'˛mani spani e d''i fýmmani barvuti!". (Dio ti scansi dagli uomini imberbi e dalle donne barbute!).
Gli incarichi di responsabilitÓ venivano affidati al sesso maschile, alle donne non era permesso accedere a tante cariche pubbliche. All'uomo si confaceva il fucile come al gentil sesso la calza: "All'omu 'a scupetta, a' fýmmana 'a cazetta".
Si diceva ancora a S. Martino, come in altre localitÓ calabresi:
"Se voi vidýri 'a bella massara, guÓrdala quandu smýccia la lumera".(La vera massaia si rivela intenta ai lavori domestici da mane a sera, fino al lume di candela). La passivitÓ imposta rendeva vulnerabile e bisognosa di protezione ogni donna: "'A fýmmana senza statu Ŕ comu 'u pani senza lavatu". (La nubile Ŕ come il pane senza lievito). Di conseguenza, il matrimonio si celebrava molto presto: "A quindici anni 'a mariti o 'a scanni". (A quindici anni la donna dovrÓ accasarsi).
Le virt¨ delle figlie si misuravano dal luogo di provenienza: "La fýmmana com'Ŕ faci li cosi, lu focu di chi jŔ faci li brasi". (Dalle opere si giudica la stirpe, come dalla brace la legna). Ma se il matrimonio procurava dignitÓ, era pur vero che la fortuna della famiglia dipendeva dalla donna: "'A fýmmana faci e 'a fýmmana spaci 'a casa". Non c'era da fidarsi delle donne che perdevano tempo fuori casa: "'A fýmmana chi va' fora no' tila e no' lenzola". (Chi va in giro non disbriga alcun corredo). Era, pertanto, da punire severamente colei che si allontanava senza motivo dalle mura domestiche: "A' fýmmana chi anda, rruppinci la gamba!").
Gli occhi rappresentano ancora la finestra dell'anima: "'A fýmmana vana si canusci all'occhi, l'omu mortu di fami a li stendicchi". (La vanitÓ femminile traspare dagli occhi, l'uomo affamato dagli stiracchiamenti).
La natura pu˛ privilegiare una donna facendola nascere graziosa: "Cu' nasci bella nasci maritata". (Non ci sono difficoltÓ per una bella a trovare marito).
In passato si consigliava di preferire l'avvenenza femminile al danaro: "Se ti mariti pýgghiati 'na bella e no' 'na brutta cu' 'rrobba e dinari: la 'rrobba si 'ndi va' all'acqua e allu ventu, la bella resta e ti la poi prejari". (Le ricchezze andranno dissipate, ma una bella consorte si pu˛ ammirare ed amare per sempre).
Una mogliettina carina, inoltre, era motivo di orgoglio: "Cu' havi dinari pocu sempri cunta, cu' 'ndavi 'a muggheri bella sempri canta".
Cosý i nostri avi pi¨ fortunati che lavoravano fuori, lontani da casa, rientravano volentieri a fine settimana per abbracciare la loro amata: "Lu sabatu si chiama allegra cori pe' li muggheri di li foritani: a cu' l'avi bella 'nci allegra lu cori, cu l'avi brutta chi nci torna a fari?".
Ed infine, non c'Ŕ rimedio per le megere: "La brutta quand'Ŕ brutta di natura, hai v˛gghia pemmu fai lu strica e lava; la bella quand'Ŕ bella di natura, cchi¨ sciamparata (disordinata) va' e cchi¨ bella pari!".
"No comment" in quanto le donne calabresi sono meravigliose!


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